Il decreto sicurezza che entrerà in vigore il 31 marzo viene bocciato anche da chi dovrebbe applicarlo.
Il Silp Cgil parla di “ennesimo spot propagandistico” che “scarica sulle spalle dei poliziotti e dei cittadini costi e rischi inutili”.
Non è una critica ideologica. Il sindacato di polizia entra nel merito e smonta la sostenibilità concreta delle misure. “Fermo preventivo, perquisizioni immediate, zone rosse e Daspo estesi richiedono personale e strutture che non abbiamo”, avverte il segretario Pietro Colapietro. Il risultato è un paradosso: più poteri sulla carta, meno capacità reale di garantire sicurezza.
Il nodo degli organici è centrale. Migliaia di unità mancanti, turni massacranti, pensionamenti superiori alle assunzioni. In questo contesto, aggiungere nuovi compiti rischia di tradursi in un sovraccarico operativo.
“Si introducono nuove responsabilità senza strumenti adeguati”, denuncia il Silp, che definisce “cosmetiche” alcune misure simbolo del decreto. Un giudizio che rovescia la narrazione governativa: non rafforzamento, ma indebolimento del sistema sicurezza.
Cgil: “Una deriva che colpisce il dissenso”
La critica della Cgil amplia lo sguardo. Il decreto viene letto come parte di una strategia politica che ridefinisce il conflitto sociale. “Sta emergendo una logica autoritaria, che sembra puntare a rispondere al disagio con strumenti tipici di uno ‘stato di polizia’”, non usa mezze parole il segretario generale Maurizio Landini.
Non è solo una questione di norme, ma di impostazione. Attribuire responsabilità collettive ai manifestanti ed evocare emergenze generalizzate significa, secondo il sindacato, spostare il terreno dal confronto democratico alla gestione dell’ordine pubblico.
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