mercoledì 10 giugno 2026

Il decreto Primo Maggio è passato con la fiducia alla Camera dei deputati . C’è il concetto di “salario giusto”, che però sarà composto da tutte le voci della busta paga, compreso il welfare contrattuale, tra cui le assicurazioni sanitarie.

di Roberto Rotunno Il Fatto Quotidiano
Il decreto Primo Maggio è passato con la fiducia alla Camera dei deputati e ora arriva blindato al Senato per l’approvazione definitiva. C’è il concetto di “salario giusto”, che però sarà composto da tutte le voci della busta paga, compreso il welfare contrattuale, tra cui le assicurazioni sanitarie. Si tratta di benefit, non di soldi veri con cui pagare spesa, affitti e bollette. C’è poi l’aumento automatico pari al 50% dell’inflazione che scatterà dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti collettivi, ma non si applicherà ai settori stagionali e alla sanità privata. Ancora, ci sono norme che liberalizzano ulteriormente i contratti precari, con il limite per la somministrazione portato da 24 a 36 mesi, e norme per i rider che consegnano cibo a domicilio, con obbligo di Spid e regole sugli algoritmi. Soprattutto, il provvedimento contiene 960 milioni di euro di incentivi alle assunzioni. Dopo la sconfitta referendaria di marzo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto un intervento sul tema dei salari. La gestazione è stata molto lunga, e ne è uscito un testo finale che fa qualche passo in avanti e molti indietro. La definizione di “salario giusto” è controversa. Il decreto passato a Montecitorio dice che il riferimento è dato dal trattamento economico complessivo (tec) dei contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi”. Fuori dai tecnicismi, si tratta quasi sempre dei contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil. Scelta che il governo ha preso sulla spinta della Confindustria, che mal tollerava la vicinanza del centrodestra ai sindacati minori, spesso propensi a firmare contratti al ribasso con associazioni datoriali al di fuori del recinto confindustriale.
Nel trattamento economico anche il welfare
Alla fine, però, il testo dice che il “tec” è composto dalle voci fisse in busta paga, dalle mensilità aggiuntive e anche dalle indennità previste dal welfare aziendale. Questo è l’aspetto più problematico: l’aver messo sullo stesso piano il salario base e trattamenti come le assicurazioni sanitarie rischia di far rientrare dalla finestra proprio i contratti al ribasso dei sindacati più piccoli. Spesso quegli accordi giocano proprio su quell’ambiguità, cioè riducono lo stipendio base e compensano con i benefit detassati, così da ridurre i costi per le imprese e far sembrare che i salari non siano diminuiti. Parliamo però di buoni che i lavoratori possono spendere solo per determinate prestazioni, e che tra l’altro hanno un effetto subdolo: ridurre il reddito lordo, quindi anche i contributi e, di conseguenza, anche la futura pensione e il trattamento di fine rapporto.
Fino a poche ore prima della votazione alla Camera, tra l’altro, il testo prevedeva la possibilità di considerare “giusto” anche il trattamento dei contratti “equivalenti” a quelli di Cgil, Cisl e Uil, ma poi quel passaggio è stato rimosso. I sindacati confederali e i partiti di opposizione restano molto critici, anche se è stato cancellato il riferimento all’equivalenza, per il quale negli scorsi mesi si era speso molto il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon, particolarmente sensibile alle richieste di sigle come l’Ugl e la Cisal. Insomma, alla fine il testo produce uno strano compromesso. La Confindustria ha portato a casa gli incentivi alle assunzioni formalmente vincolati all’applicazione dei suoi contratti. I sindacati minori beneficiano di una definizione onnicomprensiva del concetto di salario giusto, più facilmente aggirabile.
L’odg che rispolvera la norma per far perdere gli arretrati ai lavoratori
Al termine del voto di fiducia, Fratelli d’Italia ha fatto votare alla Camera un ordine del giorno che rispolvera una proposta già più volte presentata negli scorsi mesi: il partito della premier chiede di approvare una norma molto penalizzante per i lavoratori che vantano crediti nei confronti dei loro datori, come per esempio stipendi o straordinari non pagati. La norma suggerita farebbe partire i termini di prescrizione “in costanza di rapporto di lavoro”. I lavoratori sarebbero quindi costretti a fare causa alla loro azienda mentre ancora ci lavorano. Oggi, invece, la regola fa partire la prescrizione dopo la fine del rapporto, quindi dopo il licenziamento o la dimissione, proprio per tutelare i lavoratori. Questa norma non è contenuta nel decreto approvato con la fiducia, ma FdI ha chiesto al governo di approvarla nei prossimi provvedimenti. Si tratta di un intervento che negli scorsi mesi era spesso associato a un’altra norma fortemente richiesta dal centrodestra, anche con un emendamento, poi ritirato, al decreto Primo Maggio: lo scudo per gli imprenditori che sottopagano i lavoratori, novità che – se approvata – farebbe perdere il diritto agli arretrati per i dipendenti che ricevono paghe sotto la soglia di povertà.
Il 50% dell’inflazione a chi ha il ccnl scaduto da oltre 9 mesi
La novità positiva è il meccanismo automatico che farà scattare gli aumenti in busta paga quando i contratti collettivi vengono rinnovati in ritardo. Nove mesi dopo la scadenza, sarà riconosciuto il 50% dell’inflazione prevista. Il testo originario prevedeva il 30% dopo nove mesi. Tuttavia, anche questa norma ha diverse deroghe: non si applicherà alle imprese che svolgono attività stagionali e con ricavi instabili, come per esempio il turismo. Oltre a questa esclusione, già contenuta nel testo originario, nel passaggio parlamentare la Lega ha chiesto e ottenuto di salvare anche le aziende che erogano servizi sanitari e sociosanitari. Un favore al deputato leghista Antonio Angelucci, imprenditore delle cliniche private.
Il decreto introduce anche norme per i rider: se la piattaforma usa algoritmi, anche questo potrà essere utilizzato come prova per dimostrare che i fattorini sono dipendenti. Immancabile, infine, l’ennesimo intervento che allarga le maglie del precariato. Quando l’agenzia interinale assume i lavoratori a tempo indeterminato, il limite per “prestarli” a tempo determinato alla stessa azienda utilizzatrice passerà dagli attuali 24 a 36 mesi.

lunedì 8 giugno 2026

COMUNICATO SINDACALE – FISASCAT CISL MILANO METROPOLI - ELEZIONI RSU / RLS 2026 – RICOH ITALIA

Care lavoratrici e cari lavoratori di Ricoh Italia, nei giorni 9 e 10 giugno 2026 sarete chiamati a votare per il rinnovo della RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria) e degli RLS (Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza),un momento importante di partecipazione democratica e di scelta per il futuro della rappresentanza sindacale in azienda. La Fisascat CISL partecipa a queste elezioni con una lista autonoma e indipendente, nata dalla volontà di costruire una rappresentanza concreta, competente e realmente vicina alle persone. Crediamo sia necessario rafforzare l’ascolto nei luoghi di lavoro, dare maggiore attenzione ai bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori e garantire una tutela seria dei diritti, delle condizioni di lavoro e della sicurezza. Vogliamo portare avanti un confronto responsabile e costruttivo con l’azienda, fondato sulla trasparenza, sulla presenza costante e sulla partecipazione. Per noi il sindacato deve essere libero e autonomo, capace di rappresentare esclusivamente gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso impegno quotidiano, serietà e risultati concreti. Il voto si svolgerà online; le modalità operative e le credenziali di accesso saranno comunicate dalla Commissione Elettorale. Partecipare al voto significa contribuire in prima persona alla costruzione della rappresentanza sindacale di domani. Scegliere Fisascat CISL significa scegliere autonomia, cambiamento e una presenza concreta al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori di Ricoh Italia.

venerdì 22 maggio 2026

Ricoh Italia : sono indette le elezioni per il rinnovo delle RSU e RLS per tutte le sedi aziendali.

Buongiorno a tutti, come deliberato durante l’assemblea svolta il 22 aprile scorso sono indette le elezioni per il rinnovo delle RSU e RLS per tutte le sedi aziendali.
Nella stessa assemblea è stato nominato il Comitato Elettorale per le modalità di voto e scrutinio, garantendo le norme di privacy e sicurezza della votazione online. La presente comunicazione è da intendersi rivolta SOLO ai dipendenti NON DIRIGENTI Di seguito le date entro le quali tutto il processo elettivo verrà svolto: • 29 maggio 2026 : Termine - raccolta Candidature • 09 – 10 giugno 2026 : Voto (L’ORARIO VERRA’ COMUNICATO IN FASE SUCCESSIVA) • 11 giugno : spoglio Informiamo che le votazioni si svolgeranno su una piattaforma online certificata, accessibile tramite un link univoco che verrà inviato a ciascun lavoratore dall’indirizzo votazioneonline@cgil.lombardia.it La email potrebbe essere bloccata dai sistemi di sicurezza aziendali e spostata nella cartella di Posta indesiderata. Vi invitiamo a controllare la cartella indicata e spostare la email per la votazione nella cartella di Posta in arrivo per poter aprire il link al portale. Una volta collegati alla piattaforma, si troveranno due pagine: la prima per la votazione RSU e la seconda per la votazione RLS. Si potrà esprimere la propria preferenza attraverso: • Voto ad 1 Candidato che diventa automaticamente anche voto alla Lista COMMISSIONE ELETTORALE

martedì 5 maggio 2026

EBiTer Milano eroga, per l’anno 2026, un contributo a favore dei dipendenti delle aziende del terziario, della distribuzione e dei servizi, a sostegno della genitorialità.

I BENEFICIARI Lavoratori a tempo indeterminato, compresi gli apprendisti e i lavoratori a tempo determinato che
: svolgano la propria attività nelle province di Milano e di Monza Brianza; siano in forza presso datori di lavoro in regola con il versamento delle quote contributive a EBITER Milano da almeno 12 mesi all’atto della presentazione della domanda; siano in forza presso datori di lavoro che applicano integralmente il CCNL Terziario, Distribuzione e Servizi, sia per la c.d. parte economico – normativa sia per la c.d. parte obbligatoria; Il contributo Il contributo spetterà ad un solo genitore per ogni figlio, anche adottivo e/o in affido e a carico del richiedente, di età compresa tra gli undici anni compiuti e i diciannove anni. Il contributo verrà riconosciuto per l'anno 2026 e sarà pari a € 250,00.
Modalità di adesione Per ottenere il sostegno economico il lavoratore deve: Accedere al link indicato in fondo alla pagina Compilare la domanda di ammissione al sostegno economico in tutti i suoi campi Prendere visione di quanto riportato nell’informativa ai sensi del reg.UE 2016/279 Stampare la domanda di ammissione al sostegno economico La domanda, compilata in tutti i suoi campi, sottoscritta e corredata dei documenti indicati nel regolamento, dovrà essere presentata al nostro ente secondo le modalità sottoindicate. La domanda potrà essere trasmessa dal 05/05/2026 al 03/07/2026, unitamente ai documenti indicati nel regolamento, secondo le seguenti modalità:
Raccomandata A/R indirizzata a EBiTer Milano in Corso Buenos Aires 77- 20124 - Milano, specificando sulla busta “GENITORIALITA”; Procedura web seguendo le indicazioni contenute nella mail ricevuta al termine della compilazione. L'esito della stessa verrà comunicato entro il 23/10/2026. Non verranno prese in considerazione domande incomplete perché mancanti della documentazione richiesta o di parte di essa, in questo caso il richiedente dovrà ripetere la procedura di compilazione on-line e provvedere nuovamente all'invio di tutti i documenti.
https://www.ebitermilano.it/modulo-genitorialita

mercoledì 29 aprile 2026

Decreto Primo Maggio, Landini: “Nessun euro ai lavoratori, solo alle imprese”

Il leader Cgil critica il provvedimento del governo: “I 960 milioni vanno alle aziende. Salari fermi e tasse alte, così si ignorano i problemi reali”
“Il Primo Maggio è la festa dei lavoratori”, ma il decreto varato dal governo va in tutt’altra direzione. Maurizio Landini, intervistato da Giovanni Floris a DiMartedì, smonta il provvedimento con parole nette: “In questo decreto, i 960 milioni che hanno stanziato vanno alle imprese. I lavoratori non prendono un euro”.
Il cuore della critica riguarda proprio la destinazione delle risorse. Le misure previste puntano infatti su incentivi alle assunzioni, con sgravi e sostegni economici per le aziende che incrementano l’occupazione. Una scelta che l’esecutivo rivendica come leva per favorire il lavoro stabile, soprattutto tra i giovani. Ma per la Cgil si tratta di un’impostazione sbilanciata.
“Semplicemente danno soldi se un’azienda assume. Lo trovo un po’ singolare: un’azienda assume se ha bisogno”, osserva Landini, mettendo in discussione l’efficacia stessa degli incentivi. Il punto, per il sindacato, è un altro: intervenire direttamente sulle condizioni di chi lavora.
“Dovrebbero pagare e aumentare i salari ai lavoratori. Questa cosa non la fanno, vorrei che fosse chiaro”, insiste il segretario generale della Cgil. Nel decreto, infatti, non sono previste misure strutturali per l’aumento delle retribuzioni né interventi significativi sul potere d’acquisto.
Il risultato, secondo Landini, è un provvedimento che lascia irrisolti i nodi centrali del mercato del lavoro italiano. “Questo decreto non dà un euro in più ai lavoratori”, ribadisce, mentre “continuano a pagare le tasse più di quello che devono pagare”. Un riferimento diretto alla pressione fiscale che grava sui redditi da lavoro, in un contesto segnato da salari stagnanti e inflazione.
La presa di posizione della Cgil riapre così il confronto sulle priorità delle politiche del lavoro. In una giornata simbolica come il Primo Maggio, la distanza tra governo e sindacato appare evidente: da un lato gli incentivi alle imprese, dall’altro la richiesta di redistribuzione, diritti e salari più alti. Una frattura che riguarda da vicino la vita quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori.

martedì 21 aprile 2026

lunedì 20 aprile 2026

Fondi pensione, nuove regole favoriscono banche e assicurazioni.

Dal 1° luglio adesione obbligatoria per i neoassunti. Cgil: no alla possibilità di portare il contributo del datore di lavoro a intermediari finanziari privati Dal 1° luglio 2026 scatterà l’adesione automatica alla previdenza complementare per i nuovi assunti del settore privato alla prima occupazione. Al momento dell’assunzione, lavoratori e lavoratrici saranno iscritti automaticamente al fondo pensione previsto dal contratto collettivo applicato in azienda.
Ogni lavoratore avrà 60 giorni di tempo per comunicare una scelta diversa. In altre parole, in quel periodo potrà decidere di: lasciare il Tfr in azienda secondo le regole dell’articolo 2120 del codice civile; scegliere un altro fondo pensione; modificare la quota di contribuzione, dove consentito. Oppure, se non farà nulla, l’adesione al fondo pensione diventerà definitiva, con i vantaggi derivanti dall’adesione.
Cosa viene versato nel fondo pensione
Nel fondo pensione confluiranno:
il Tfr maturando (circa il 6,91% della retribuzione annua lorda); il contributo del datore di lavoro previsto dal Ccnl; il contributo che versa il lavoratore, nella misura stabilita dal contratto collettivo. Il contributo del lavoratore non è un elemento secondario: è parte integrante dell’equilibrio contrattuale e consente di attivare anche il contributo datoriale. È altrettanto importante ribadire un principio fondamentale: la previdenza complementare integra, ma non può sostituire la previdenza pubblica obbligatoria. Il primo pilastro resta il cardine del sistema e va rafforzato, non progressivamente indebolito.
Il punto critico: la portabilità del contributo datoriale Il nodo più delicato della riforma riguarda la possibilità di trasferire anche il contributo datoriale, contrattato collettivamente, verso strumenti individuali assicurativi o bancari. Quel contributo non è un incentivo aziendale. È salario differito conquistato con la contrattazione collettiva nazionale. È parte del contratto di lavoro.
Consentirne la portabilità fuori dal sistema negoziale significa modificare la natura stessa della previdenza complementare italiana, spostando risorse dalla dimensione collettiva a quella commerciale.
I fondi negoziali sono strumenti senza scopo di lucro, gestiti pariteticamente, con costi tra i più bassi del mercato. I prodotti individuali hanno logiche diverse e costi spesso molto più elevati. Anche differenze minime di commissioni, su orizzonti di trent’anni, possono tradursi in migliaia di euro in meno di pensione futura.
Ma il tema non è solo economico. Frammentare le risorse significa indebolire un modello che investe con orizzonti lunghi nell’economia reale, nella transizione energetica, nelle infrastrutture. Significa ridurre la capacità del sistema di essere attore stabile di sviluppo.
Per la Cgil si tratta di una scelta sbagliata, che rischia seriamente di compromettere il sistema dei fondi negoziali, strettamente legato alla contrattazione collettiva.
Torelli, Cgil: si rischia l’indebolimento dei fondi negoziali “Il contributo datoriale – dichiara Gianluca Torelli, responsabile previdenza complementare Cgil nazionale – non è una liberalità dell’impresa, ma salario contrattato collettivamente. Consentirne la portabilità fuori dai fondi negoziali significa sottrarre una parte della contrattazione alla sua funzione collettiva e trasformarla in margine per intermediari finanziari”.
Per Torelli “il governo ha perso un’occasione importante: erano stati predisposti emendamenti sia dalla maggioranza sia dall’opposizione per spostare in avanti l’entrata in vigore della portabilità prevista dal 1° luglio. Sarebbe stato un segnale di responsabilità e di attenzione verso un sistema che ha garantito negli anni rendimenti solidi, costi contenuti e gestione trasparente”.
Così invece, aggiunge, “si introduce un elemento di instabilità che rischia di indebolire l’intero impianto dei fondi negoziali, nati e cresciuti dentro la contrattazione collettiva”. “La Cgil continuerà a contrastare questa impostazione e a chiedere una revisione della norma, perché mettere in discussione il perimetro contrattuale significa mettere in discussione un pezzo di salario dei lavoratori e un modello previdenziale che ha funzionato”, sottolinea il sindacalista.
Un sistema sotto pressione: Pnrr e legge di bilancio 2026 La portabilità si inserisce in un quadro già complesso. Con l’articolo 29 del decreto Pnrr vengono richieste maggiori risorse ai fondi pensione per finanziare l’attività di vigilanza della Covip. Contestualmente, con l’ultima legge di bilancio 2026, sono state innalzate in modo significativo le sanzioni, fino a 500 mila euro. Si tratta di interventi che incidono sugli equilibri economici dei fondi e che aumentano le pressioni sul sistema proprio mentre si apre alla fuoriuscita del contributo contrattuale.
“Serve coerenza – conclude Torelli –. Se si chiedono più risorse ai fondi per la vigilanza e si irrigidisce il quadro sanzionatorio, non si può contemporaneamente introdurre una norma che rischia di ridurre la base collettiva del sistema. Il rischio è comprometterne l’equilibrio. Per questo continueremo un’azione forte affinché si garantisca stabilità, tutela dei lavoratori e rispetto della contrattazione collettiva”.

martedì 14 aprile 2026

Regalo alle aziende in arrivo: contratti pirata liberi. La misura attesa per il primo maggio apre le porte a dumping salariale e trattamenti al ribasso.

La contrapposizione tra contratti buoni e quelli pirata sembra una questione marginale. Invece non lo è. Soprattutto adesso che il governo ha l’intenzione di liberalizzare i contratti di lavoro, per spalancare le porte a quelli firmati da organizzazioni sindacali di piccola entità e poco rappresentative, che abbassano compensi, diritti e tutele. I contratti pirata, appunto. A trarne vantaggio sarebbero le aziende che disapplicano i contratti collettivi nazionali firmati da Cgil, Cisl e Uil per favorire gli altri a costo minore, naturalmente a scapito dei lavoratori.
La festa ai lavoratori L’occasione è il 1° maggio. Per la festa dei lavoratori la presidente del consiglio Giorgia Meloni da tre anni vara un decreto legge che “fa la festa” ai lavoratori. È tradizione. Anche quest’anno è nell’aria un provvedimento che vuole togliere ai cittadini per dare alle imprese.
Uno dei temi al centro potrebbe essere il salario minimo e la delega (n. 144 del 26 settembre 2025 in “materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva”) che stabilisce che il governo legiferi sull’argomento. Stiamo parlando di una regolamentazione imposta da una direttiva europea, ma che nel recepimento italiano è stata completamene svuotata degli elementi essenziali.
La proposta di Durigon Per dare una risposta alla direttiva europea, la proposta è arrivata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon: prendere a modello per ogni settore di riferimento il contratto “comparativamente più rappresentativo” oppure quello equivalente più applicato, ossia più diffuso.
“Il sottosegretario Durigon ha proposto di fatto il libero mercato dei contratti, una cosa fuori dal mondo che ignora completamente il principio di rappresentanza”, afferma la segretaria confederale Cgil Francesca Re David: “Se un contratto pirata interviene sui minimi orari, si può impugnare e il giudice lo boccia. Quello su cui intervengono i contratti pirata per fare dumping sono tutte le altre voci: ad esempio, 13 mensilità anziché 14 nel terziario, nell’industria 104 ore di permessi retribuiti non previsti che equivalgono a due settimane di lavoro in più, oppure nell’ambito della salute e sicurezza o della formazione, inquadramenti a livelli inferiori per le stesse mansioni. I contratti pirata agiscono su queste cose per ridurre il costo del lavoro”.
Il nodo della rappresentanza Il punto vero quindi non è il salario minimo orario, al di sotto del quale nessun contratto può andare, neppure uno pirata, perché se vai dal giudice e lo contesti, ti dà ragione. Ma la legittimazione fatta scardinando il primato dei “contratti firmati dai sindacati comparativamente più rappresentativi” attraverso il principio dei “più applicati”.
La differenza è sostanziale. Nel primo caso si tratta di contratti sottoscritti con il benestare della maggioranza dei lavoratori che hanno delegato i loro rappresentanti, nel secondo di contratti che i datori hanno deciso di usare perché per loro più vantaggiosi, che in questo modo diventano più diffusi.
Una legge necessaria “Questo può succedere perché non c’è una legge sulla rappresentanza, legge che nessuno ha mai voluto fare e sulla quale ci stiamo confrontando con tutte le controparti”, prosegue Re David: “Se non sciogliamo questo nodo, ossia che la rappresentanza si misura in base ai numeri, cioè agli iscritti, e ai voti che prende nelle Rsu, chiunque può dire che è rappresentativo”.
800 contro 200 Quanti sono i contratti pirata? Una marea. Ben 800 depositati al Cnel, che raccolgono numeri molto piccoli, fanno confusione, concorrenza al ribasso e non rispettano la rappresentanza. Quelli buoni sono 200, firmati da Cgil, Cisl e Uil: su questi la Confederazione di corso d’Italia sta provando a fare ordine.
“Noi ci stiamo confrontando sulla rappresentanza e sui perimetri contrattuali per mettere a posto la frammentazione contrattuale”, conclude Re David: “Ma il punto cruciale oggi è che si parla di proposte e di decreti senza aver consultato le parti sociali, come accade ormai d’abitudine”.