martedì 7 aprile 2026

Dal 7 Aprile 2026 nuove regole sullo SW.

La legge di riferimento è la 34 del 2026, che interviene su un obbligo peraltro già previsto dalla legge 81 del 2017 all'articolo 22: il datore di lavoro deve fornire al dipendente una informativa scritta sui rischi connessi alla prestazione lavorativa svolta fuori dai locali aziendali.
In base alla Legge n. 34 del 2026 (entrata in vigore il 7 aprile 2026), se l'informativa sulla sicurezza è già inserita nell'accordo individuale, è comunque necessario prestare attenzione alla distinzione tra i due documenti per evitare pesanti sanzioni.
Ecco cosa cambia se i contenuti sono già presenti nell'accordo:
• Autonomia del documento: Sebbene l'accordo individuale (previsto dall'art. 18 della Legge 81/2017) debba regolare le modalità di esecuzione del lavoro agile, la Legge 34/2026 ha reso l'informativa scritta sulla sicurezza (ex art. 22) un obbligo perentorio e autonomo. • Consegna e Cadenza: Anche se i rischi sono segnalati nell'accordo iniziale, resta l'obbligo di consegnare l'informativa al lavoratore e al RLS con cadenza almeno annuale. Se l'accordo è "statico", non assolve al requisito dell'aggiornamento periodico richiesto dalla nuova norma. • Sanzioni penali: La novità più rilevante della Legge 34/2026 è l'introduzione di sanzioni severe per la mancata consegna dell'informativa: si rischia l'arresto da due a quattro mesi o un'ammenda fino a circa 7.500 euro. • Pertanto, limitarsi alla clausola nell'accordo senza una formale e periodica consegna del documento informativo separato (o aggiornato) espone il datore di lavoro a rischi legali. • Tracciabilità: La nuova legge richiede una maggiore prova dell'avvenuta ricezione. È consigliabile che l'informativa sia un allegato specifico o un documento distinto, debitamente sottoscritto o inviato tramite sistemi tracciabili, per dimostrare l'adempimento annuale.

giovedì 2 aprile 2026

Licenziare per sostituire con l’IA è legale in Italia. da Fanpage.it

La notizia del licenziamento collettivo presso la filiale italiana della multinazionale americana InvestCloud non è solo un caso di cronaca. I 37 dipendenti lasciati a casa con la prospettiva di essere sostituiti dall'intelligenza artificiale rischiano infatti di essere solo i primi di una folta una schiera di lavoratori che nei prossimi anni (se non mesi) vedranno il proprio impiego fagocitato dall'IA.
Da tempo analisti ed esperti ci avvertono dell'imminente cambiamento e ora il futuro sembra già aver bussato alla porta. Il problema è che potrebbe essere già troppo tardi per rimediare. Fanpage.it ne ha parlato con l'avvocato Cristiano Cominotto, Managing Partner di AdvaLux che da tempo si occupa dell'integrazione dell'IA nel mondo del lavoro, per capire cosa prevede la legge e quali sono i rischi reali per i lavoratori.
Avvocato, partiamo dal punto centrale: un'azienda può davvero, dal punto di vista legale, licenziare i propri dipendenti per sostituirli con un'intelligenza artificiale?
Purtroppo, se guardiamo alle leggi attuali, la risposta è sì. Nel nostro ordinamento esistono principalmente due tipi di licenziamento: la giusta causa, ossia quella per motivi disciplinari e il giustificato motivo oggettivo, dettato invece da ragioni organizzative. Il caso di InvestCloud rientra nel secondo. Se un'azienda licenzia più di cinque dipendenti in sei mesi, deve attivare una procedura di licenziamento collettivo. Tuttavia, una volta espletata la procedura anche con il coinvolgimento dei sindacati, se non si raggiunge un accordo, l'azienda resta libera di procedere.
La legge non prevede tutele per casi simili?
L'unica vera ancora di salvezza attuale è dimostrare che non si tratti di vera automazione, ma di una delocalizzazione mascherata. Se si accerta che l'azienda non sta usando l'IA, ma sta spostando la produzione in paesi con costi inferiori (come l'India o l'Est Europa), allora esistono tutele specifiche: l'azienda rischia di perdere finanziamenti pubblici e la procedura è molto più rigida. Ma dimostrare l'intento di delocalizzare non è affatto semplice.
Il rischio esiste anche per le piccole imprese?
Sì, ma esiste un principio cardine: l'obbligo di repêchage. Prima di licenziare, l'azienda, di qualunque dimensione essa sia, deve dimostrare di aver cercato di ricollocare il lavoratore in un'altra posizione, anche di livello inferiore. Il punto è che se un'azienda chiude un intero reparto o un ufficio specializzato, può sostenere che il lavoratore non sia ricollocabile altrove. Nelle piccole imprese, dove i ruoli sono spesso unici, è paradossalmente ancora più facile giustificare il licenziamento esternalizzando la mansione a un software o a un professionista esterno.
Com'è possibile essere arrivati a questo punto?
al momento la normativa non ha ancora mostrato l'attenzione necessaria al tema. In Italia abbiamo la tendenza a correre ai ripari solo quando l'incendio è già scoppiato. Bisognava iniziare a parlarne molto prima.
Quali sono gli effetti che un uso indiscriminato dell'IA può causare nel mondo del lavoro?
quando si licenziano decine o centinaia di persone, l'impatto economico e sociale è devastante, specialmente in regioni dove il mercato del lavoro è meno dinamico e offre meno opportunità. In alcune zone d'Italia, certe aziende reggono l'intera economia locale. Se chiudono, i lavoratori non sanno "dove sbattere la testa".
Quale può essere una possibile soluzione?
Se lo Stato limita la delocalizzazione perché essa sostituisce il lavoro italiano (tutelato e garantito) con lavoro estero a basso costo, perché non dovrebbe fare lo stesso con l'IA? In entrambi i casi, l'azienda agisce per risparmiare: da un lato sposta l'investimento geograficamente, dall'altro lo cede a una macchina. Se esiste un meccanismo di tutela contro la delocalizzazione "fisica", deve essercene uno anche per questa "delocalizzazione virtuale" verso l'algoritmo. Ma ripeto, è una riflessione che andava fatta tre anni fa.
Esiste all'estero qualche modello virtuoso o siamo di fronte a un'immobilismo globale?
Ho discusso di questo tema anche negli Stati Uniti con i vertici dell'American Bar Association, ma lì l'attenzione èdiversa: essendo i produttori di questa tecnologia, vedono il fenomeno in modo differente. L'Italia ha una tradizione di diritto del lavoro tra le più avanzate al mondo, superiore a molti partner europei. Per questo dovremmo essere i primi a legiferare. Tuttavia, oggi le tutele più forti arrivano spesso da direttive europee (si pensi alla parità retributiva). La questione andrebbe quindi affrontata su entrambi i livelli: nazionale ed europeo.
Cosa possiamo aspettarci dal futuro nelle aule di tribunale?
Potrebbe accadere qualcosa di simile a quanto avviene con la sostituzione tra persone. Io non posso licenziare Carlo per assumere Giorgio solo perché lo ritengo più bravo. Se sostituisco un uomo con un'IA, non sto forse facendo la stessa operazione? Non sto rinunciando a quel posto di lavoro, lo sto semplicemente assegnando a un soggetto diverso (digitale invece che fisico). Oggi la legge lo permette, ma non escludo che in futuro i tribunali possano emettere sentenze che equiparino la sostituzione dell'uomo con l'IA a una pratica illegittima, seguendo lo stesso principio che impedisce la sostituzione arbitraria tra lavoratori. Ma fino a quel momento, restiamo in un pericoloso vuoto normativo.

mercoledì 1 aprile 2026

La rivincita della democrazia diretta.

Finalmente due buone notizie per chi ha a cuore la democrazia. La prima riguarda la “vittoria” della partecipazione: quasi il 60% dell’elettorato ha votato, a pochi punti percentuali di distanza dal tasso di partecipazione alle elezioni politiche del 2022 (63,8%). Ciò mostra che, se chiamati a decidere sopra un tema specifico, la popolazione italiana partecipa con entusiasmo, superando la sfiducia sempre più radicata che nel giro di pochi anni ha portato ad una contrazione della partecipazione di quasi 20 punti percentuali, dall’83,6% al 63,8%.
Ancora più positivo è il risultato che riguarda la partecipazione delle giovani e dei giovani: un tasso di partecipazione pari al 67,1% - superiore alla partecipazione registrata nel 2022. Anche in questo caso, la notizia è positiva perché smentisce quell’apatia di cui spesso - ingiustamente - viene accusata la generazione Z (18-28 anni). Tali risultati mostrano una diffusa volontà di partecipazione, soprattutto dei più giovani, evidenziando un generale apprezzamento nei confronti di strumenti di democrazia diretta su temi di particolare rilevanza.
La seconda buona notizia riguarda la vittoria dei No, che ha garantito continuità alla piena indipendenza della magistratura, aspetto essenziale per il corretto funzionamento della democrazia rappresentativa. Senza entrare eccessivamente nel merito del quesito referendario, una vittoria dei Sì avrebbe rischiato di mettere il potere giudiziario in una condizione di debolezza strutturale, in particolare modo rispetto all’esecutivo. La lezione di Montesquieu sulla tripartizione dei poteri rimane un pilastro imprescindibile per qualsiasi regime democratico e il voto ha mostrato quanto tale centralità sia stata ben compresa dall’elettorato italiano.
Tutto bene, quindi? Per ora sì. Ma non possiamo dimenticare che manca poco più di un anno alla prossima tornata elettorale, se si vuole un cambio di governo è indispensabile procedere valorizzando quanto appreso da questa consultazione, seguendo tre punti fermi: ascolto e condivisione, innovazione programmatica e leadership. In primo luogo, è indispensabile continuare ad ascoltare e coinvolgere l’elettorato nella definizione delle priorità del Paese, dal lavoro alla sanità, dall’economia alla sicurezza.
Il risultato referendario ha segnato un punto a favore dalla partecipazione e ciò deve essere ben compreso dalle forze di opposizione. Inoltre, è necessario essere audaci sotto il profilo delle proposte: ad esempio, visto il sostegno popolare, perché non pensare ad una seria proposta di redistribuzione del carico fiscale che possa rispondere al principio di giustizia sociale? Non chiamiamola patrimoniale, ma di certo proporre l’introduzione di un’imposta sui grandi redditi raccoglierebbe molti consensi, come rilevato da più di un sondaggio.

martedì 31 marzo 2026

Il decreto sicurezza che entrerà in vigore il 31 marzo viene bocciato anche da chi dovrebbe applicarlo.

Il Silp Cgil parla di “ennesimo spot propagandistico” che “scarica sulle spalle dei poliziotti e dei cittadini costi e rischi inutili”.
Non è una critica ideologica. Il sindacato di polizia entra nel merito e smonta la sostenibilità concreta delle misure. “Fermo preventivo, perquisizioni immediate, zone rosse e Daspo estesi richiedono personale e strutture che non abbiamo”, avverte il segretario Pietro Colapietro. Il risultato è un paradosso: più poteri sulla carta, meno capacità reale di garantire sicurezza.
Il nodo degli organici è centrale. Migliaia di unità mancanti, turni massacranti, pensionamenti superiori alle assunzioni. In questo contesto, aggiungere nuovi compiti rischia di tradursi in un sovraccarico operativo.
“Si introducono nuove responsabilità senza strumenti adeguati”, denuncia il Silp, che definisce “cosmetiche” alcune misure simbolo del decreto. Un giudizio che rovescia la narrazione governativa: non rafforzamento, ma indebolimento del sistema sicurezza.
Cgil: “Una deriva che colpisce il dissenso” La critica della Cgil amplia lo sguardo. Il decreto viene letto come parte di una strategia politica che ridefinisce il conflitto sociale. “Sta emergendo una logica autoritaria, che sembra puntare a rispondere al disagio con strumenti tipici di uno ‘stato di polizia’”, non usa mezze parole il segretario generale Maurizio Landini.
Non è solo una questione di norme, ma di impostazione. Attribuire responsabilità collettive ai manifestanti ed evocare emergenze generalizzate significa, secondo il sindacato, spostare il terreno dal confronto democratico alla gestione dell’ordine pubblico.

mercoledì 25 marzo 2026

Landini: “Un No all’arroganza del governo”

“Una bella primavera”. Esordisce così il segretario generale Cgil Maurizio Landini nell’intervista apparsa oggi (mercoledì 25 marzo) sulla Stampa, commentando la vittoria del No al referendum sulla giustizia: “Quando il voto non è per qualcuno ma per qualcosa, la gente a votare ci va”.
Landini evidenzia che “la Costituzione nel nostro Paese continua a essere un riferimento importante: non è un caso che nell'arco di vent'anni è la terza volta che il voto stoppa il governo di turno che punta a cambiarla. Ma questo voto ha anche espresso la necessità di un cambiamento, risponde a un disagio sociale che le persone stanno vivendo”.
Il voto: giovani e Trump Landini rimarca il voto dei giovani: “Al nostro referendum dell'anno passato avevano votato in cinque milioni e mezzo, la fascia 18-34 anni era stata l'unica in cui si era superato il quorum. I giovani, quando sono in ballo i loro diritti e le loro condizioni di vita, quando si parla di pace e di contrasto alla guerra, non solo ci sono, ma sono un elemento che va ascoltato e capito”.
Sul voto, prosegue, ha inciso anche “il sostegno che il nostro governo ha offerto alla politica guerrafondaia di Trump. Il presidente Usa rappresenta un'idea proprietaria della politica, in una logica in cui mercato e profitto si sostituiscono alla politica. Questa viene percepita come elemento pericoloso, visto che sta portando alla guerra e alla messa in discussione di qualsiasi diritto. Trump rappresenta un'idea di capitalismo che è quasi inconciliabile con la democrazia”.

martedì 24 marzo 2026

Il No vince in 17 regioni e stravince in tutte le grandi città.

Roma, Napoli, Milano, Palermo, Torino, Bari, Firenze, Bologna: nei grandi centri urbani i contrari alla riforma Nordio sono quasi sempre sopra al 60%
Eccoli i risultati regione per regione. La vittoria del No così si declina tra i seggi nelle piccole e grandi città.
In Emilia-Romagna, territorio leader per l’affluenza che ha sfiorato il 67%, vince ampiamente il No, superando anche i risultati a livello nazionale.
In Toscana da sottolineare la straordinaria partecipazione a Firenze, dove oltre il 71% degli aventi diritto ha votato. Il No sfiora il 67%. In regione il risultato finale è 58% per il No e 41% per il Sì.
In Campania la riforma Nordio viene bocciata da oltre il 66% dei votanti, un risultato che a Napoli sale addirittura al 74%.
In Piemonte il No vince con il 53%. L’affluenza arriva al 62%. L’unica provincia che boccia la riforma è quella di Torino, con un ampissimo margine di circa 20 punti. Nelle altre province prevale il Sì.
In Liguria i No vincono 57% a 42%.
Nel Lazio il No prevale con il 54% dei consensi. Anche Roma, come le altre grandi città, riporta una schiacciante vittoria dei No, 57% a 42%.
In Puglia i No vincono sfondando quota 57% e prevalendo in tutte le province. Nel Barese raccolgono una percentuale superiore al 60.
In Basilicata vittoria senza appello dei No: 60,20% contro il 39,80%.
In Calabria finisce 56% a 43% per il fronte del No, ma si registra un’affluenza molto bassa, sotto il 50%.
Anche in Sicilia vota appena il 46% degli aventi diritti, ma la contesa è senza storia: i No sfondano il tetto del 61%.
In Sardegna il No vince sfiorando quota 60%.
In Valle d’Aosta, affluenza al 58%, e in Trentino Alto-Adige, affluenza al 52%, prevalenza dei No di misura.
In Umbria vittoria di misura dei No, 51,6% a 48%. Stessa forbice più o meno in Abruzzo dove i No vincono con il 51,7%.
Netta l’affermazione dei No in Molise con il 54%.
Più decisa l’affermazione dei contrari alla riforma Nordio nelle Marche, dove il No prevale 53% a 46%.
In Lombardia solo Milano vota No. Nel resto delle province prevale il sì che, nel territorio, nel complesso, è intorno al 53.7%, ma in alcune zone come la provincia di Bergamo arriva al 60%.
A Venezia il No finisce la sua corsa sopra al 55%. In una regione, il Veneto, in cui il Sì vince di quasi 20 punti sul No
. La terza e ultima regione nella quale vince il Sì è stata il Friuli Venezia-Giulia, dove i favorevoli alla riforma Nordio sono stati il 54%.

23 marzo 2026 referendum giustizia. L’Italia ha detto No.

Ha vinto il No. La riforma della Giustizia è stata bocciata sonoramente dall’ampia maggioranza di chi ha partecipato al voto referendario. Un risultato reso ancora più rotondo dall’alta partecipazione con un’adesione record che ha sfiorato il 60%.
il risultato di questo referendum parla chiaro: la Costituzione resta il cuore pulsante della nostra democrazia.L’esito del referendum è la riaffermazione potente dei valori costituenti:nessuno può metterli in discussione. Le giovani generazioni hanno compreso che difendere la Carta Costituzionale significa difendere il loro futuro, il diritto ad una giustizia equa, al lavoro e alla dignità sociale. È stata una difesa serrata, dura una lunga campagna elettorale per la Costituzione. Questa legge Nordio voleva toccare sette articoli della Costituzione, voleva in qualche modo mettere un cappello politico alla giustizia. Adesso è il tempo di festeggiare,come dice Maurizio Landini, perché l’aria sta cambiando. Quando il mondo del lavoro scende in campo per difendere i diritti, per difendere la Costituzione arrivano i risultati. La democrazia e la Costituzione vanno preservate, la Magistratura deve conservare la sua autonomia e la sua indipendenza.

venerdì 13 marzo 2026

Chiude la InvestCloud, lavoratori sostituiti dall’IA.

Chiude la InvestCloud, lavoratori sostituiti dall’IA L’azienda veneziana investe nell’intelligenza artificiale e licenzia i 37 addetti. Fiom: “Primo caso in Italia. Una tendenza che rischia di deflagrare”
Sostituiti dall’intelligenza artificiale. È la sorte dei 37 lavoratori della InvestCloud Italy di Marghera (Venezia), azienda statunitense operante nel settore della tecnologia finanziaria, che lunedì 9 marzo ha comunicato ai sindacati la chiusura dell’attività con il conseguente licenziamento collettivo.
La decisione s’inserisce nel processo di trasformazione strategica avviata dal gruppo nel campo del digital wealth, ossia la gestione del proprio patrimonio mediante l’integrazione di tecnologie avanzate per offrire servizi d’investimento personalizzati e accessibili a tutti, in sostanza un’evoluzione digitale del private banking.
Le motivazioni dell’azienda
La InvestCloud Italy rileva che nell’ultimo anno e mezzo si è registrata “una significativa accelerazione dei cambiamenti tecnologici, con un crescente livello d’integrazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale nei modelli di servizio per la gestione del patrimonio”.
Da qui la decisione di riorganizzare il gruppo, superando l’attuale modello fondato sulla presenza in diversi Paesi e soluzioni adattate a livello locale con una “piattaforma tecnologica integrata centrata su soluzioni basate sull’intelligenza artificiale”. La strategia prevede, inoltre, una “accelerazione degli investimenti” proprio sull’intelligenza artificiale.
Le funzioni di sviluppo e gestione tecnologica saranno accorpate “all’interno di centri d’eccellenza internazionali”, mentre le soluzioni “personalizzate a livello locale saranno eliminate”. Una struttura finalizzata a “massimizzare i benefici di produttività derivante dall’intelligenza artificiale”, che prevede la chiusura della sede veneziana (la cui attività si considera “antieconomica e inefficiente”).
Fiom Venezia: “Sono le professionalità a essere mature”
“È il primo caso in Italia di un’intera azienda che chiude perché sostituita dall’intelligenza artificiale”, spiega il segretario generale Fiom Cgil Venezia Michele Valentini: “Finora abbiamo registrato qualche licenziamento individuale, come una postazione tagliata perché rimpiazzata dal più utile utilizzo di un software, mai una situazione di questo genere”. La società ha un’ottima condizione economica. “La InvestCloud è sana”, continua il dirigente sindacale: “I bilanci che abbiamo potuto consultare dicono che nel 2024 i ricavi sono aumentati del 63 per cento rispetto al 2023, arrivando a sfiorare i dieci milioni di euro. L’utile netto è stato di 500 mila euro e il ricavo per dipendente è stato di 250 mila euro, quindi un buonissimo indicatore di produttività”. La “crisi”, dunque, è del tutto anomala: “Finora abbiamo incontrato aziende che, ad esempio, intendono chiudere perché il prodotto da loro fabbricato è maturo e non più competitivo. Ecco, in questo caso sono le professionalità a essere mature, sono i lavoratori ad aver perso competitività”. Per Valentini quanto sta accadendo alla InvestCloud è la “conseguenza degli ingenti investimenti in tecnologie realizzati per sostituire la presenza umana. Ma questo si traduce in licenziamenti. Questa tendenza rischia di deflagrare nei prossimi anni: bisogna governarla, non si può lasciare che lo facciano le aziende e il mercato”. Cgil Venezia: “L’intelligenza artificiale va regolata” L’intelligenza artificiale, aggiunge il segretario generale Cgil Venezia Daniele Giordano, apre “grandi possibilità, ma pone anche incognite enormi: tenuta occupazionale, controllo dei lavoratori, opacità degli algoritmi, intensificazione dei ritmi, impatto su salute e sicurezza, redistribuzione del valore prodotto”. Giordano sottolinea che l’intelligenza artificiale “non può essere governata soltanto come leva di competitività o riduzione dei costi. Deve essere sottoposta a regole pubbliche, controllo democratico e contrattazione collettiva, perché l’innovazione o migliora la qualità del lavoro e della vita delle persone oppure aumenta disuguaglianze, subordinazione e insicurezza sociale”. Giordano così conclude: “Ora è indispensabile aprire un confronto istituzionale vero, a partire dal tavolo di crisi regionale, per tutelare le lavoratrici e i lavoratori coinvolti e affrontare una questione che riguarda non solo una singola azienda, ma il modello di sviluppo che vogliamo costruire per questo territorio e per il Paese”.