lunedì 29 dicembre 2014

È il trionfo dell’impresa (e di Ichino) Intervista a Claudio Treves. «I decreti sono pieni di vigliaccate. E non c’è niente per le partite Iva»

Claudio Treves, segretario generale del Nidil Cgil e esperto di legislazione sul lavoro


Commenti: Siamo al trionfo della supre­ma­zia dell’impresa sul lavo­ra­tore. Il testo è scritto solo con la mano destra ma lascia mar­gine ai ricorsi giu­di­ziari». Clau­dio Tre­ves, segre­ta­rio gene­rale del Nidil Cgil — la fede­ra­zione dei pre­cari — e uno dei mas­simi esperti di diritto del lavoro, giu­dica così i due primi decreti del Jobsact.


Tre­ves, da Forza Ita­lia però dicono che ha vinto la Cgil…
Direi pro­prio di no, pur­troppo. Nei giorni scorsi era andato in scena il solito copione: far uscire voci su prov­ve­di­menti impro­po­ni­bili, come l’opting out e il licen­zia­mento per scarso ren­di­mento, per otte­nere comun­que quello su cui pun­ta­vano: dare carta bianca ai datori di lavoro sui con­tratti. Il guaio quindi è quello che è rima­sto nel testo.

Ecco, entriamo nel det­ta­glio del testo. Qual è il prov­ve­di­mento più grave? L’allargamento ai licen­zia­menti col­let­tivi?
È l’impianto in quanto tale ad essere gra­vis­simo. Per­ché non siamo davanti ad un con­tratto a tutele cre­scenti, ma ad un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato di libera reci­di­bi­lità, che può essere risolto in ogni momento con l’unico rischio per il datore di lavoro di dover pagare qual­che men­si­lità di inden­nizzo. Il che deter­mina una ricat­ta­bi­lità asso­luta per tutti i nuovi assunti: dob­biamo pen­sare che ogni anno ci sono 10 milioni di nuovi con­tratti e d’ora in poi tutti, anche i tempi inde­ter­mi­nati, lavo­re­ranno con la paura di poter essere licen­ziati come e quando il loro datore di lavoro vorrà.

Pie­tro Ichino si prende il merito di aver sug­ge­rito buona parte del testo. Il decreto è scritto vera­mente con la sola mano destra?
Non c’è alcun dub­bio. Tutto l’impianto reca la firma di Pie­tro Ichino e della ela­bo­ra­zione che lui ha por­tato avanti fin dalla metà degli anni novanta, quando scrisse “Il lavoro e il mer­cato”. Una ela­bo­ra­zione che parte da un assunto fat­tual­mente sba­gliato: la job pro­perty, l’idea che in Ita­lia il lavo­ra­tore con­si­deri il suo posto ina­mo­vi­bile e che per cam­biare que­sta men­ta­lità con­si­de­rata nociva serva il firing cost e cioè che l’impresa possa sem­pre quan­ti­fi­care mone­ta­ria­mente la sua forza lavoro. Con il decreto tutto que­sto si avvera.

La par­tita quindi è chiusa o il sin­da­cato può ancora ria­prirla?
Nel testo c’è un punto assai pro­ble­ma­tico. L’articolo 2106 del Codice civile pre­scrive come le san­zioni deb­bano essere pro­por­zio­nate «all’infrazione». E visto che il decreto non ha abro­gato que­sto arti­colo di legge io vedo tutto lo spa­zio per­ché i lavo­ra­tori che ver­ranno licen­ziati pos­sano intra­pren­dere la strada dei ricorsi giu­di­ziari. E credo pro­prio che la Cgil sarà insieme a loro nel farlo.

Anche sui licen­zia­menti col­let­tivi vede spa­zio per ricorsi?
Lì ci sono due vigliac­cate dif­fi­cili da con­tra­stare. Il fatto che «i vizi di pro­ce­dure e di forma» nei con­tratti non por­tino più in nes­sun modo al rein­te­gro e di con­se­guenza che se nei licen­zia­menti col­let­tivi l’impresa non rispetta i cri­teri di scelta degli esu­beri comun­que non dovrà rias­su­mere que­sti lavo­ra­tori. Le imprese potreb­bero sba­gliarsi volu­ta­mente, ad esem­pio discri­mi­nando gli iscritti alla Cgil, come a Pomi­gliano la Fiat con i lavo­ra­tori Fiom.

Pas­siamo al secondo decreto, quello sugli ammor­tiz­za­tori. Renzi sostiene di aver allar­gato l’Aspi a 24 mesi a tutti i pre­cari. È dav­vero così?
Indub­bia­mente il decreto ha il merito di tute­lare per la prima volta in modo con­creto i col­la­bo­ra­tori. Finora sia Sac­coni che For­nero ave­vano pre­vi­sto solo delle una tan­tum, inar­ri­va­bili per loro per i requi­siti che pre­ve­deva. Ma il punto nega­tivo del testo è che la durata del nuovo ammor­tiz­za­tore — il Dis-coll — è sem­pre la metà dei periodi con­tri­bu­tivi. In sostanza i lavo­ra­tori pre­cari finan­ziano la gestione sepa­rata dell’Inps, ma in cam­bio rice­vono la metà dei periodi di con­tri­bu­zione, venendo net­ta­mente discri­mi­nati rispetto ai lavo­ra­tori che ver­sano alla gestione prin­ci­pale. In più, al di là dei pro­clami di Renzi, niente si sa su se, come e quando ver­ranno supe­rate le tante forme con­trat­tuali precarie.

L’ammortizzatore si limita però ai cococo e coco­pro. Per le par­tite Iva, già tar­tas­sate dalla legge di sta­bi­lità, non c’è niente nean­che que­sta volta.
Sì, è così. Ma il pro­blema deriva dal testo della delega che faceva espli­cito rife­ri­mento ai soli col­la­bo­ra­tori. Sarebbe bastato, come abbiamo pro­vato a sug­ge­rire senza essere ascol­tati, modi­fi­care il testo della delega sosti­tuendo alla parola col­la­bo­ra­tori la dizione lavo­ra­tori che ver­sano alla gestione sepa­rata, esclu­dendo i soli diri­genti. Ma, forse anche per ragioni di coper­ture, come al solito ci hanno ignorato.

Nessun commento: