giovedì 31 luglio 2025

“Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” Rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i territori palestinesi.

Rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i territori palestinesi: tutte le complicità internazionali, comprese quelle dell’Italia. “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. È il titolo del rapporto della relatrice speciale Onu per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese, nel quale si parla delle responsabilità per il massacro della popolazione di Gaza da parte dell’esercito israeliano, non solamente della comunità internazionale, ma anche delle aziende di logistica e costruzioni, multinazionali, finanza e università. NOTA : Il sindacato, ha richiesto con urgenza che venga vietato l’utilizzo del marchio “sostenibile” per strumenti finanziari che includano settori incompatibili con i diritti umani, la pace e l’equità sociale; che i fondi pensione siano orientati verso investimenti coerenti con l’interesse collettivo, dunque in settori come energia pulita, sanità pubblica, innovazione sociale, economia circolare. Per la Cgil il risparmio previdenziale non può diventare leva per politiche di riarmo, ma deve invece rappresentare uno strumento per costruire un futuro equo, sostenibile e democratico. A partire da questo principio, rilancia quindi l’importanza di orientare gli investimenti dei fondi pensione verso l’economia reale, intesa come volano per lo sviluppo del Paese, per la creazione di lavoro stabile e per la transizione ecologica e sociale. Il rapporto è stato presentato da Albanese alla Camera dei deputati a Roma. Una conferenza stampa nella quale ha illustrato il proprio lavoro, durato mesi, per il quale le sono state imposte sanzioni dagli Stati Uniti per le critiche alla posizione della Casa Bianca circa quanto sta accadendo a Gaza. Nel podcast la sua relazione e le risposte fornite a margine ai giornalisti sulle difficoltà incontrate nella stesura del rapporto, il problema nuovamente emerso del riconoscimento dello Stato di Palestina e le possibili soluzioni per il futuro, del quale però sottolinea le incertezze, nel dubbio che dopo “la pulizia etnica” operata da Israele possano ancora esistere una popolazione palestinese e il loro territorio. Nel suo intervento, anche a seguito della candidatura avanzata per lei a Premio Nobel per la pace, ha chiesto più volte di non concentrare su di lei l’attenzione, ma su quanto invece sta accadendo nella Striscia e in Cisgiordania. *********************************************** Ci sono molti modi per farsi odiare dai potenti. C’è chi li sfida con le armi, chi con i tribunali, chi con l’arte. Francesca Albanese ha scelto il più efficace e imperdonabile: sfidarli con la verità, senza inchini, senza formule di cortesia, senza il deodorante della diplomazia. Ha chiamato “genocidio” ciò che altri, con la voce rotta dall’ipocrisia, definivano “operazione militare”. Ha fatto il suo lavoro, che è osservare e denunciare, anziché confonderlo con quello dell'addetto stampa dell’Occidente. Ha seguito i soldi, contato le bombe, mappato gli appalti. Ha fatto nomi, cifre, luoghi. Ha osato profanare l’intoccabile: il mercato della guerra, quello che ingrassa Amazon, Alphabet e Palantir. Risultato, bruciata viva nel grande barbecue dell’opinione pubblica, con carbonella israeliana, accendino americano e silenzio italiano nel ruolo di tovagliolo sulla bocca. Il suo peccato? Trattare Gaza come un tema di diritto, non di storytelling. Nominare l’innominabile. I profitti sulla distruzione, la complicità nei crimini, la farsa dei comunicati ufficiali. Ha osato dire che l’occupante non è la vittima e che un osservatore imparziale non è automaticamente un terrorista. Un gesto rivoluzionario, nel tempo del politicamente conveniente. Il contrattacco è stato prevedibile e miserabile. Dossier cucinati al microonde, campagne Google diffamatorie e sanzioni partorite nella segreteria creativa del trumpismo nostalgico. E poi l’Italia, nel ruolo che le riesce meglio: tappezzeria con tendenze decorative. Muta, ferma, lucida la coscienza con un panno in microfibra, sperando che passi presto. Ma non è lei il solo bersaglio. È l’idea stessa che la verità possa ancora sedersi al tavolo internazionale. E allora tocca a noi. Fare barriera con le parole, rompere la coreografia del disonore. Proporre Francesca Albanese al Nobel per la Pace, come indicano alcune associazioni, non è un semplice omaggio, ma un atto politico. Un dito nell’occhio a chi la vorrebbe zitta, piegata, cancellata. E invece la troverà viva, lucida, ostinata.

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