venerdì 22 aprile 2016
Part time prima della pensione Misura per pochi che esclude le donne
di Fulvia Colombini, della presidenza Inca CGIL
La scorsa settimana il Ministro Poletti ha firmato il decreto legislativo che consente la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a contratto part time, negli ultimi tre anni di lavoro prima della pensione. I giornali ne hanno parlato diffusamente, non sempre con valutazioni corrette e accurate, ma la notizia ha riscontrato un certo interesse da parte degli opinionisti. Al momento ci sembra di poter affermare che la stessa curiosità non sembra sia presente tra i lavoratori potenzialmente interessati alla misura visto che, nei nostri uffici, non abbiamo rilevato la consueta folla di persone che viene a interpellarci, per esempio, quando si parla di un'ennesima salvaguardia per gli “esodati”. Vediamo innanzitutto di che cosa si tratta.
Sono interessati potenzialmente i lavoratori e le lavoratrici del settore privato, che matureranno il diritto alla pensione di vecchiaia entro il 31 dicembre 2018, vale a dire che gli uomini dovranno compiere, entro la data sopra indicata, 66 anni e 7 mesi e le donne, nel biennio 2016/2017, dovranno superare l'età di 65 anni e 7 mesi, mentre nel 2018, per effetto della completa equiparazione al genere maschile, l'età necessaria si innalzerà anche per loro a 66 anni e 7 mesi. Gli ulteriori requisiti necessari consistono nell'avere alle spalle 20 anni di contribuzione previdenziale; essere occupati nel settore privato, mentre sono esclusi i dipendenti pubblici; essere in possesso di un contratto di lavoro a tempo indeterminato e lavorare a tempo pieno. Se si supera la prova dei numerosi requisiti si può trasformare il proprio contratto di lavoro da tempo pieno a part-time, negli ultimi tre anni prima della maturazione del diritto a pensione di vecchiaia, sempre che il proprio datore di lavoro sia d'accordo a sottoscrivere il previsto accordo individuale. Si tratta di un vera e propria corsa ad ostacoli!
Quali sono i vantaggi per chi riuscisse a superare le numerose condizioni necessarie? Innanzitutto, la persona ridurrà il proprio impegno lavorativo in una percentuale compresa tra il 40 e il 60% del proprio orario di lavoro. Lo Stato riconoscerà i contributi figurativi presso l'Inps come se la persona lavorasse a tempo pieno, in modo tale da garantire l'intero importo della pensione; infine il datore di lavoro verserà in busta paga una somma esentasse corrispondente ai contributi previdenziali a carico dell'azienda sull'orario non lavorato. Il dipendente a part-time si troverà a percepire, ad esempio, lavorando metà tempo, circa il 65% della retribuzione a tempo pieno. Tutto sommato la cosa sembrerebbe conveniente ....ma!
Prima di tutto le donne risultano escluse in larghissima parte da questa misura. Non si tratta, è vero, di una discriminazione diretta, bensì indiretta, ma l'effetto è lo stesso. Le lavoratrici interessate, per coorti di età, sono quelle nate negli anni che vanno dal 1951 al 1953, ma le nate nel 1951 sono riuscite ad andare in pensione, con la finestra mobile, già in precedenza, senza che la legge Fornero le bloccasse al lavoro. Le lavoratrici del 1952, che ha subito gli effetti più gravi della riforma del 2011, che le ha penalizzate di parecchi anni, attraverso una deroga ad hoc, potranno andare in pensione di vecchiaia entro la fine di quest'anno. La generazione del 1953 maturerà i requisiti nel 2019, troppo tardi quindi rispetto alle previsioni del decreto. E dire che, vista la storica mancanza di adeguati servizi sociali nel nostro paese, le più interessate avrebbero potuto essere proprio le donne, magari per occuparsi dei familiari anziani e non autosufficienti, oppure dei nipotini.
Si è scritto che questa misura viene incontro alle esigenze di flessibilità in uscita, nulla di più fuorviante! I lavoratori e le lavoratrici che chiedono la flessibilità in uscita sono platee diverse, che comprendono chi ha perso il lavoro in età avanzata e ha scarsissime possibilità di rioccuparsi, chi svolge lavori faticosi, pesanti, pericolosi e non ce la fa a raggiungere il requisito contributivo per la pensione anticipata, gli esodati, i lavoratori precoci. Il Governo aveva promesso di rendere disponibile una certa flessibilità in uscita entro il 2015, ma ad oggi non si è ancora visto nulla.
La nostra impressione è che il part-time prima della pensione possa riguardare un limitatissimo numero di lavoratori e che, soprattutto, non avrà nessuna incidenza su un possibile incremento dell'occupazione giovanile, come invece avrebbe, invece, un intervento di flessibilità in uscita. A proposito di leggi sbandierate come risolutive dei problemi, ricordiamo che anche il tanto decantato " Tfr in busta paga" si è risolto in un flop. Il Presidente dell'Inps stima che la proposta di part-time in uscita potrà riguardare forse 30.000 persone; quindi, una piccolissima parte della platea dei lavoratori dipendenti. Tra qualche mese torneremo sull'argomento, con numeri alla mano, e vedremo se, ancora una volta, i fatti ci daranno ragione.
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