MASSIMO FRANCHI ROMA
Se non il primo sciopero globale che scioperare in buona parte del mondo è troppo rischioso comunque la prima mobilitazione
planetaria. Parte oggi dall'America dei fast food, dei McJob diventato in slang americano il simbolo del lavoro mal pagato, poco prestigioso e a
termine e si aggira per 33 Paesi di tutti i continenti. Dalla California fino alla Nuova Zelanda tutti i fusi orari saranno attraversati
dalla protesta che si chiuderà domani in Italia dei lavoratori delle grandi catene delle ristorazione a buon mercato.Un «buon mercato» figlio però delle paghe da fame e dalle condizioni di lavoro spesso da galera a cui sono sottoposti i lavoratori,sempre meno giovani che sfornano patatine, hamburger e panini. Il loro
boom è figlio della crisi. E la crisi ora porta chi la subisce in prima persona a chiedere paga e condizioni di lavoro «decenti».
«CONDIZIONI DI LAVORO DECENTI» Dove non arrivano i sindacati confederali in Europa nonostante i sei anni di crisi, lo sciopero continentale è ancora un'utopia
sono arrivati i debolissimi sindacati dei fast food. L'azione globale e l'hashtag #FastFoodGlobal sono stati lanciati durante il primo meeting internazionale la scorsa
settimana a New York dallo luf, International Union of Food (che rappresenta anche i lavoratori degli hotel e dell'agricoltura) al quale hanno partecipato i rappresentanti sindacali dei lavoratori dei fast food di tutto il mondo. Sono gli Stati Uniti ad aver lanciato l'idea sotto lo slogan «Fight for fifteen» lotta per i 15 dollari l'ora rispetto agli attuali 7,5 con cui si devono pagare anche la sanità che porterà a picchetti di protesta in 150 città sotto la bandiera
a stelle e strisce. Una stima su quanti lavoratori saranno coinvolti è assai complicata.
Il lavoro è ormai così frammentato che se in Italia ci lamentiamo del sindacato che non raggiunge i precari, nel resto del mondo la parola «sindacato» è spesso sconosciuta. «In Italia i lavoratori coinvolti sono circa 500mila», spiega Christian Sesena che per la Filcams Cgi ha partecipato all'incontro di New York. Il suo racconto di quella due giorni dà l'idea di come sia complicato il mondo del lavoro e il mestiere del sindacalista nel 2014. «Ogni Paese ha la sua specificità. Ho assistito alle denunce delle lavoratrici thailandesi licenziate perché protestavano, ai racconti di quelle inglesi che spiegavano i contratti a zero ore per cui sei assunto a tempo indeterminato ma lavori solo a chiamata, alla lavoratrice danese che prende 21 dollari l'ora e non vuole sentirsi in colpa se nel suo Paese il governo fa rispettare i contratti e le relazioni sindacali». E allora dal primo meeting internazionale è stata lanciata «una lettera simbolicamente consegnata a tutti gli amministratori delegati di McDonalds e delle altre catene» che chiede
diritti globali minimi per tutti i lavoratori del globo, un salario decente sull'indicare una paga minima globale siamo però ancora molto lontani l'abolizione dei
contratti a zero ore, condizioni e orari di lavoro non da sfruttamento. «I punti in comune in tutte le esperienze raccontate riguardano il fatto che ormai nei fast food
non lavorano più solo i giovani, non è più in lavoro di transizione e che, a parte l'eccezione scandinava, le relazioni sindacali sono praticamente nulle», spiega Sesena.
Le peculiarità italiche riguardano il caso McDonalds. In Italia il brand in realtà copre 1'80 per cento di franchising per i suoi quasi 500 ristoranti con 17mila lavoratori in gran parte con un part time involontario da 20 ore a 620 euro al mese per 6,8 euro netti l'ora. «Ma poi in Italia ci sono tantissime catene di autogrill in cui i problemi sono gli stessi». Ora acuiti dalla disdetta da parte della Fipe (federazione pubblici esercizi facente parte di Confcommercio) del contratto nazionale. Per questo lo sciopero di domani «lo avevamo già proclamato per quel giorno e comunque sarà in contemporanea con la Nuova Zelanda» vedrà la protesta comune
dei lavoratori dei fast food con quella degli alberghi e dei tour operator di Confindustria,delle agenzie di viaggio di Fiavet,e quelli di Confesercenti tutti in attesa
da più di un anno del rinnovo.
Pensare localmente per agire globalmente «perché di noi non parla nessuno».L'esempio dei lavoratori dei fast food si spera sia d'esempio per tutti.
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