FIAT . Il ministro: aspetto una sua chiamata
Fornero-Marchionne,piange il telefono
Francesco Piccioni
Ci si chìede: ma cosa ci sta a fare un governo se l'unica cosa che può fare è attendere la disponibilità di tempo dell'amministratore delegato di «una grande azienda multinazionale»?
La reazione del ministro Elsa Fornero alla cancellazione del piano «Fabbrica Italia», annunciata da
Marchionne nei giorni scorsi, è sembrata a dir poco flebile. La «lady di ferro» che ha .distrutto il sistema
pensionistico italiano, sbianchettato l'art. 18 nei punti essenziali, confermato la precarietà contrattuale per tutti giovani e anziani, «per equità» è apparsa molto arrendevole con la Fiat (del resto, ci si poteva attendere un atteggiamento «aggressivo» da parte dell'ex vice-presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa
Sanpaolo, banca «di famiglia» per il Lingotto?).
Ma al di là delle lunghe frequentazioni tra torinesi di rango, quel che è in gioco ora è il pilastro portante
del sistema industriale italiano: l'automobile. Non bisogna essere comunisti per dirlo. Federauto,l'associazione dei concessionari ufficiali, ricorda che sta facendo la stessa domanda («che intenzioni ha la Fiat per l'Italia?») fin dal momento dell'insediamento del governo Monti. Risposte
zero per un settore che fattura «l'11,4% del Pil, partecipa alle entrate fiscali nazionali per i116,6 e occupa
con l'indotto un milione e 200.000 persone». Altri dettagli? L'occupazione italiana è profondamente
squilibrata tra parte produttiva e parte commerciale. «Solo il 15%» lavora nell'industria propriamente
detta, mentre «il 40% lavora nella componentistica e il 45% nella distribuzione e l'assistenza».
Il crollo del pilastro centrale,inevitabilmente, trascinerebbe con sé tutto il resto; anche perché «l'attuale governo è il papà dei disincentivi per l'auto», tra aumenti «Iva, Ipt, accise, pedaggi, bolli, Rc auto».
Il che sarebbe comprensibile se tanta acredine verso le quattro ruote fosse motivata da ragioni
ambientali, con destinazione del ricavato a politiche positive (anche sul piano occupazionale).
L'ex premier ed ex-presidente dell'Iri, Romano Prodi spiega con foga che «è insostenibile perdere il settore dell'automobile, perché sbilancia l'economia del paese».Anche il presidente di Confindustria trova inconcepibile che «un grande paese industriale come l'Italia» non abbia «un'industria automobilistica forte». Ma non si può certo dare la colpa al destino cinico e baro. La crisi c'è per tutti, le vendite calano quasi ovunque, ma per Fiat molto più della media. «La Fiat ha un problema di prodotto ricorda anche Sergio
Cofferati, ex segretario generale della cigl non ci sono nuovi modelli e quelli che vengono immessi
sul mercato sono valutati troppo costosi». Che si fa quando un privato «multinazionale» decide che non
ha più interesse a produrre in un paese? La domanda vale per Alcoa e cento altre situazioni oggi
sul tavolo del ministro del lavoro (persino Ibm, che pure non è in crisi). Ma la risposta del governo è
che non spetta allo Stato occuparsi di «crescita». Né direttamente (lo impedirebbe anche l'Europa), ma
neppure indirettamente. «Il governo non può imporre le sue scelte a un'impresa privata»,ripeteva ancora
ieri Elsa Fonero.«Marchionne mi ha risposto che era in partenza e che mi avrebbe fatto sapere al suo ritorno, ma finora il mio telefono non ha squillato». facile, ma obbligata, la conclusione di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione: «Pensavamo di avere un governo, non un centralino strapagato».
Ironia a parte, resta la domanda: cosa fa un paese che rischia il tracollo produttivo? Accetta passivamente
la fuga degli imprenditori più forti? Resterebbero solo i piccolissimi e quelli che proprio non possono andare altrove (turismo,distribuzione, ristorazione, ecc).Fornero finge di non capire quando,come ieri, rilascia battute suicide: «Per fortuna, l'epoca dello stato padrone è finita da un pezzo».
E solleva un serio problema di autorevolezza quando in una chiacchierata con un giornalista filogovemativo
fa intuire di aver evitato di lanciare «ultimatum» alla Fiat perché se il governo fa la voce grossa e Marchionne fa spallucce il risultato (mediatico) sarebbe anche più disastroso. «È un ' atto di rinuncia alla sua funzione» l'accusa Antonio Di Pietro, pur senza avanzare soluzioni di merito.
L'ipotesi di trovarsi da qui a un anno senza più «veri» stabilimenti del Lingotto (camion e macchine
industriali a parte, forse) è più di un rischio. Ieri Moody's, la solita agenzia di rating che indica le prede
alla speculazione, ha emanato un report secondo cui «Fiat, come Renault e Peugeot» presenta «margini
di redditività sotto pressione a causa della sovrapproduzione». Il consiglio è classico: «Se . ridurranno produzione e costi ai livelli della domanda, portando il tasso di utilizzo degli impianti al 90%»,Moody's darà un bel voto. Meno prodotto, con meno _gente, ma strizzata fino all'osso. E questa la politica industriale di Monti & co? Parrebbe proprio di sì.
Prodi e Squinzi:«Impensabile che un grande paese industriale non abbia più una forte industria dell'automobile»
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