Uno spaccato sulle fabbriche hi-tech cinesi in cui gli operai, durante i turni pesanti in corrispondenza del lancio di nuovi prodotti, ci rimettono
in salute, e qualcuno purtroppo la vita.
260 mila indignati. Sono circa 200 mila i firmatari della petizione comparsa su Change.org e altri 60mila su SumOfUs.org, l'hashag su Twitter è #OccupyApple. Tutto è iniziato dopo il reportage del New York Times, "This american life", uno spaccato sulle fabbriche hi-tech cinesi in cui gli operai,
durante i turni pesanti in corrispondenza del lancio di nuovi prodotti, ci rimettono in salute, e qualcuno purtroppo la vita.
La petizione chiede ad Apple di strutturare una politica di protezione dei lavoratori, una risposta all'azienda che aveva dichiarato di monitorare attentamente, assieme alla Fair Labor Association, la gestione del personale presso i contractor cinesi.
La protesta chiede all'azienda di pubblicare i risultati delle indagini della Fair Labor, completi dei nomi delle aziende in cui si siano riscontrate violazioni, e la tipologia di queste.
Un iPhone solidale. Gli occupatori della mela pongono il focus della protesta sul prossimo iPhone, che dovrebbe vedere la luce dopo l'estate. Da fan dell'azienda prima che da indignati, sanno che Cupertino nonostante i guadagni stellari e la reputazione di qualità altissima non può permettersi pubblicità negativa.
E chiedono a Tim Cook, amministratore delegato successore di Steve Jobs, di modificare in meglio le condizioni dei lavoratori cinesi che si occuperanno del nuovo melafonino.
Apple ha già specificato in passato di occuparsi a tempo pieno della verifica di qualità della vita delle risorse umane che impiega anche indirettamente, ma i reportage internazionali rendono evidente come la situazione in Cina non sia di semplice monitorizzazione, e l'intervento ancora meno, soprattutto ai livelli di contrattazione economica a cui si operano gli scambi commerciali nell'Hi-tech.
Gli occupanti da questo orecchio non ci sentono: "Fateci sentire fieri di essere degli utenti Apple", dicono nel loro manifesto.
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