venerdì 23 dicembre 2011


Articolo 18, quel «deterrente»
poco usato dalle imprese Rocco Di Michele
21.12.2011

Sorpresa! Il tanto maledetto - dalle imprese e dalle varie destre di questo paese - «articolo 18» dello Statuto dei lavoratori dà luogo a un contenzioso legale minimo.
Sindacalisti e avvocati fanno fatica a ricordare casi eclatanti. Il primo che salta alla mente di tutti è quello di Dante De Angelis, «macchinista ferroviere», che le Fs di Mauro Moretti hanno provato a licenziare per ben due volte. La prima perché - in piena vertenza sindacale sull'utilizzo di quel sistema - si era rifiutato di guidare un eurostar dotato dell'«uomo morto» (un pedale da premere ogni 55 secondi, considerato un «sistema di sicurezza» negli anni '30, in realtà fonte di distrazione nella guida e quindi un pericolo in più). La seconda per un motivo ancora meno convincente. Da delegato sindacale responsabile per la sicurezza (Rls, eletto dai lavoratori) aveva ipotizzato una certa causa tecnica per ripetuti «spezzamenti» degli eurostar in movimento. Le Fs ritenevano che ciò facesse «venir meno il rapporto fiduciario» con Dante.
Nel 2006 non si arrivò neppure alla sentenza: l'azienda firmò davanti al giudice per il reintegro del sindacalista al lavoro. La seconda volta, nel 2009, si dovette invece aspettare che il giudice riconoscesse l'assenza di «giusta causa» per il licenziamento, e quindi il nuovo reintegro sul lavoro. Sentenza marchionnescamente impugnata dall'azienda, di cui si attende in gennaio il giudizio d'appello.
Poi i ricordi si fanno scarsi e lontani, a parte il caso Pfizer, di cui parliamo in altro articol (su il manifesto in edicola), o altri ferrovieri che avevano parlato con i giornalisti di Report. La ragione è semplice, ci spiegano in molti. «L'art. 18 è un semplice deterrente; se un'azienda sa di non avere un motivo giustificabile in tribunale, non procede al licenziamento, preferisce aspettare un errore del lavoratore preso di mira». Un altro motivo è costituito dalle lungaggini della giustizia civile, che può comportare anche l'attesa di anni per una sentenza e costi legali spropositati.
Nelle grandi aziende, in pratica, non si ricorre quasi mai al licenziamento individuale - l'unico davvero «protetto». Per «motivi economici», infatti, hanno a disposizione quelli collettivi: stato di crisi, cassa integrazione, mobilità. Fine. Per isolare i «rompiscatole» usano altri sistemi, fino ai «reparti confino» (se l'impresa è davvero «maxi»).
I casi più frequenti - ma di numero molto basso - si sono verificati dunque in aziende medio-piccole (sopra i 15 dipendenti, ma meno di 500), perché qui spesso il contatto tra lavoratore «sindacalmente attivo» e padrone è più diretto, meno mediato da dirigenti di vario livello. E anche gli imprenditori, in questa dimensione, dispongono più raramente di consulenti legali.
Eppure le imprese da diversi anni puntano con decisione ad ottenere la libertà di licenziamento individuale, sostituendo la «reintegra» con un «risarcimento» in contanti. La ragione principale è «politica»: il ricatto della licenziabilità è tale da irregimentare in modo molto più ferreo il lavoro. Diventa «sconsigliabile» rivendicare un diritto o sollevare problemi di ritmi, nocività, straordinari non contrattati, ecc. Si incentiva l'obbedienza cieca e una «flessibilità» totale, quasi al livello della macchina.
Soprattutto, una simile disciplina del lavoro azzera la presenza del sindacato. Più difficile fare le iscrizioni, più difficile (e più drastico) organizzare uno sciopero, più rischioso il ruolo di delegato (a meno di non far parte di quello «aziendale», tipo Fiat del prossimo anno).
Ma c'è anche una ragione economica: un «risarcimento» di 12 o 18 mesi costa assai meno della parcella di un avvocato. E questo governo è molto sensibile ai costi che le imprese devono affrontare, tanto da aver abrogato con un tratto di penna (art. 6 della «manovra») anche la «causa di servizio», che obbligava l'imprenditore a ripagare in qualche modo il lavoratore danneggiato nel fisico dalla ripetizione di una certa prestazione.
L'insistenza con cui il ministro del welfare Elsa Fornero e la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia sono tornate su questo argomento, però, sembra però preparatoria di quella radicale «riforma del mercato del lavoro» accennata nel programma di governo ed esposta nelle linee generali dalla stessa Fornero. Una riforma che richiederà comunque una qualche discussione con le parti sociali, dove proporre lo scambio tra l'abrogazione dell'art. 8 della «manovra Sacconi» di agosto e l'eliminazione dell'art. 18 dello Statuto. Lo schema generale c'è già: il «contratto unico» del prof. Ichino, senza le garanzie - e le risorse - della flexsecurity all'olandese (o alla danese), che farebbe «equità» trasformando tutti i lavoratori in precari a vita. Senza neppure più la pensione.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Io dico solo alla sign.ra Elsa Fornero e a tutti i ministri, sottoministri, governatori, re e regine che abbiamo nel parlamento di venire nel mondo reale ogni tanto e vedere che siamo scesi al livello del tutti contro tutti. I lavoratori stanno subendo ogni forma di angheria da parte dei datori di lavoro (non tutti) che si proteggono usando come scudo la scusa della "crisi"

Francesco Formia